Dragon Quest: Your Story

Torniamo a occuparci di videogiochi.

Questo inverno ho dunque completato Syberia (il primo per ora) e finalmente Dragon Quest V. Parliamo di quest’ultimo e del film a esso relativo. Vi avverto: ci saranno spoiler, se non avete ancora né giocato a uno né visto l’altro, forse è meglio se passate oltre.

Dragon Quest V per Android è un ottimo gioco. L’RPG in sé è uno dei migliori capitoli della serie, con una storia ricca che copre tre generazioni diverse, momenti intensi, personaggi interessanti. Paragonato al quarto (e forse anche a tutti i precedenti, a cui però devo ancora giocare) è sicuramente quello in cui il protagonista ha maggiore personalità, nonostante sia anche qui “silenzioso”.

Poterlo interpretare da bambino prima, da adulto poi e infine da padre aggiunge senza dubbio una profondità narrativa notevole persino per oggi, figurarsi ai tempi in cui è uscito (1992).
La famosa “scelta della moglie” è anche intrigante, per quanto la trama ne venga influenzata in maniera molto marginale. Il rapporto sia con Bianca che con Flora (per non parlare di quello con Debora) è molto abbozzato e di certo non giustifica questo incredibile amore che almeno le prime due sembrano avere per il protagonista.
Flora l’abbiamo incrociata una volta da bambini, con Bianca abbiamo vissuto una piccola avventura nello stesso periodo, ma entrambe restano fuori scena per anni. È come se io incontrassi un’amica di infanzia e questa si innamorasse perdutamente di me solo perché da piccoli giocavamo insieme: di sicuro ha qualche problema.

La bionda o la… blu?

Ma questi sono dettagli: i colpi di scena sono molteplici e ben congeniati. La morte di Papas, la trasformazione in statua, il viaggio nel tempo: tutto molto buono.

Mi ha poco interessato tutta la faccenda del reclutamento mostri, ma il museo degli oggetti bizzarri mi è piaciuto, e forse in futuro cercherò di raccogliere anche quelli che mi mancano.

Il cattivone Mildrath l’ho trovato decisamente inferiore a quello del gioco precedente (Estark), una sorta di Piccolo di Dragon Ball che appare alla fine senza un’adeguata introduzione. Molto meglio il suo alfiere Gema (sto usando i nomi giapponesi visto che è quella la versione a cui ho giocato).
Tutto sommato un gioco da 8 abbondante.

Inoltre, la versione Android è secondo me ottima: i controlli sono utilizzabili con una sola mano anche dentro gli affollati treni edochiani delle 9 di mattina, i quali sono stati teatro di molteplici sessioni di gioco. Ma questo valeva anche per Dragon Quest IV. È probabile che compri altri capitoli sulla stessa piattaforma (ho già preso Dragon Quest 1, per non farmi mancare nulla).

Una volta portato a termine, mi è parso naturale guardare la trasposizione filmica di questo episodio, “Dragon Quest: Your Story”. E il mio giudizio è ——————

Sì, sono uno di quelli a cui non è piaciuto il finale.

Condensare in meno di due ore quaranta e passa di gioco era sicuramente una impresa improba, e per larghi tratti il film sembra un riassunto a uso e consumo di chi conosce Dragon Quest V e ci ha già giocato. Lo stile grafico è più Disney Pixar che Toriyama, molti eventi e personaggi sono stati tagliati e modificati.

Eppure eppure se ne comprende la ratio: chi se ne frega se la fuga dalla schiavitù ha tratti un po’ comici e buffi, chi se ne frega se non esiste alcuna Maria, alcuna lotta per riconquistare il regno di Henry, se Bjorn diventa un alleato, se il protagonista (qui chiamato Luka) non è re. Al massimo potrei obbiettare sul taglio della sorella di Lex/Arus, ma anche qui capisco che non era proprio possibile aumentare ancora i personaggi con un minutaggio così risicato. La questione al limite andava affrontata a monte, realizzando una trilogia o una serie animata.

Si arriva alla battaglia finale dopo un ottovolante di avventure dove la principale preoccupazione dello sceneggiatore sembra quella di riuscire a “fare in tempo”, ma dopotutto glielo si può perdonare.

Si assiste allo scontro con Gema, che finalmente tira le cuoia, ci si sfrega le mani e si pensa: oooh finalmente, adesso arriva Mildrath, meniamo ancora un po’ le mani e poi tutti a casa che Bianca e Luka non si vedono da otto anni, da appena sposati, e c’è da passare un weekend con la porta della camera chiusa a chiave.

E invece no: il regista interviene con la grazia di uno Shinkansen deragliato in un negozio di porcellane mostrando un gigantesco, roboante, tridimensionale dito medio allo spettatore.

Il gesto del regista

Invece di Mildrath giunge questo essere, che ferma il tempo per tutti eccetto che per Luka.

Il virus

Chi sarà? Chi non sarà? Un nuovo nemico originale del film? Neanche per idea. Estark? Magari! Pisaro? Seee, buona notte!

Ed è qui che la storia crolla su se stessa: veniamo a sapere che tutta la vicenda, tutto quanto accaduto fino a quel momento, è solo un videogame! Il protagonista, Luka appunto, sta giocando in una realtà virtuale all’interno di un centro commerciale di quello che potrebbe essere il nostro mondo, ma il programma gli ha cancellato la memoria della sua vita reale!
Il nemico finale si rivela essere un virus, iniettato nel programma, creato da un poveretto, il cui scopo non è raccogliere dati, penetrare sistemi di sicurezza o fare soldi. No, creato per noia, lo scopo del virus è comunicare un importantissimo messaggio: “Cresci, nerd”.
Luka sembra dunque in balia del nuovo venuto, e mentre in un momento di volontà suprema dichiara che i personaggi di Dragon Quest “Sono reali per me!”, lo slime suo amico getta la maschera si rivela essere l’antivirus al suddetto virus! Grazie ai poteri conferitigli da McAfee e Norton, consegna una spada, molto simile a quella di Erdrick, a Luka, il quale finalmente può eliminare il diabolico malware.

La spada di Erdrick, l’eroe mitologico antenato dei protagonisti dei primi due Dragon Quest, e a sua volta protagonista del prequel Dragon Quest III

Tutto torna come prima, Luka riabbraccia amici e famiglia, e si prepara a tornare al suo mondo, senza che nessun altro ovviamente sappia o capisca nulla. L’ultima scena si chiude su un’altura: una volta superatala il gioco finirà e il protagonista pensa con un sorriso che dovrà dire addio a tutti, ma continueranno a vivere nel suo cuore.

Puttana eva, non ci volevo credere. Che tristezza, che infinita tristezza.

In primo luogo, belle le implicazioni filosofiche di questo finale “alla matrix”, ma si può sapere cosa diamine c’entra con Dragon Quest V?? Secondo molte persone, estasiate, si tratterebbe di un omaggio ai giocatori, nell’intenzione di sottolineare come loro siano i veri protagonisti di ogni Dragon Quest (o videogame in generale).
Io invece lo trovo del tutto fuori luogo: un messaggio molto condiscendente, per cui viene ribadito che Dragon Quest è un videogioco, oh è un videogioco eh, un videogioco, un videogioco hai capito?! Ah, ho già detto che è un videogioco? Ma va bene, per te è importante, va bene che sia un videogioco, non c’è niente di male nell’amare i videogiochi.
Diamine, sì lo so che è un videogioco grazie, sono qui per questo, ma la storia implode se non si mantiene fino alla fine la finzione scenica per cui questa storia sia realmente accaduta in qualche mondo o universo parallelo!
Immaginate se fosse successo nel Signore degli Anelli: Frodo sta per salire sulla nave dai Grigi Approdi con Bilbo e Gandalf, e all’improvviso irrompe Peter Jackson che ci avverte che è tutto un film basato su un libro! E che in realtà Frodo siamo noi e l’anello rappresenta il potere e blablabla. Esticazzi!
Uno spettatore, lettore, videogiocatore, una qualunque persona che stia consumando un’opera di fiction SA BENE che nulla di quanto narrato sta accadendo, e fa uno sforzo per sospendere l’incredulità. Se il regista o chi per lui interviene in prima persona, la sospensione finisce sotto a un treno, e tutta la sofferenza, le emozioni, le vicissitudini passate insieme ai personaggi, scadono in una banalità estrema, perdono significato.
Un momento Luka sta lottando per salvare il mondo, quello dopo beh è solo un videogioco. Da un film su Dragon Quest V, passiamo a un film su una persona che sta giocando a Dragon Quest V! E mecojoni!

Sappiamo già che nulla di tutto ciò è vero, ma per godere del racconto, dobbiamo fare finta di sì, almeno in un angolino della mente, almeno per qualche ora. A MENO CHE il film non sia impostato in una maniera molto accurata, e di certo non nel caso di una trasposizione videoludica che con realtà virtuali c’entra meno di niente.
Inoltre, il messaggio “non c’è niente di male a videogiocare” è oggi del tutto superfluo: io li ho vissuti gli anni Ottanta e Novanta, quando videogiocare era un hobby di nicchia e i nerd erano davvero perculati, prima di essere sdoganati da serie come The Big Bang Theory. Quei videogiocatori hanno ormai quarant’anni e più e delle critiche al loro passatempo SE NE BATTONO BELLAMENTE LA MINCHIA. Hanno i soldi ormai, un lavoro, magari una certa posizione. Non sono, non siamo più adolescenti insicuri, e gli adolescenti di oggi a loro volta non vedono più i videogiochi di per sé come chissà quale sintomo di disagio. Ma da vent’anni almeno. La critica su cui il film basa il suo messaggio è ormai del tutto datata, e in ogni caso è facile rispondere ai pochi spostati che ancora la pensano così DI ANDARE GENTILMENTE AFFANCULO.

Ma soprattutto, immaginiate di scoprire che la vostra vita è irreale: vi svegliate, e nulla di quanto avevate si scopre essere vero. Non i vostri genitori, non i vostri amici, la vostra ragazza o moglie, i vostri figli. Come reagireste?
E nel caso di Luka non parliamo di una vita qualunque: Luka è un eroe, ha una moglie bellissima, un figlio che è una leggenda, ha appena sconfitto il male, è amico di re e draghi. E adesso deve tornare in ufficio (non si specifica quale lavoro faccia il “vero” Luka, ma si dà a intendere che sia un salaryman qualunque).

Vostra moglie che non esiste

Chiunque avrebbe accolto la notizia con sgomento, disperazione, forse anche depressione! E Luka? Due secondi e poi niente. Vabbé, andiamo a finire il gioco.
Più d’uno sarebbero caduti in crisi, certi magari non avrebbero nemmeno voluto lasciare la realtà virtuale, e anche una volta tornati avrebbero avuto bisogno di un serio sostegno psicologico. La loro intera vita è una menzogna! Immaginate le implicazioni.

Per questo sono uno di quelli a cui la fine non è proprio piaciuta: non se ne sente il bisogno, è del tutto fuori luogo, e ovviamente non è stata esplorata nei suoi reali risvolti psicologici (e spirituali), perché un lavoro del genere non poteva certo permettersi di partire per una tangente del genere.

Il mio voto fino a 10 minuti dalla fine: 7.

Il mio voto considerando la fine: 4.

Peccato, davvero un gran peccato.

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