Quest’anno mi sono tolto la soddisfazione di completare la lettura di un libro che avevo in lista da molti molti MOLTI anni: la Divina Commedia. Ci ho messo qualche mese, con l’aiuto dell’ottima versione Mondadori.
Avevo più o meno otto anni la prima volta che, affascinato dall’immaginario ultraterreno, chiesi a mia madre di comprarmene una copia. Era anche una bella edizione, un malloppone arricchito dai disegni di Gustave Dorè, una vera chicca. All’epoca la lettura proseguì poco, fino a metà dell’Inferno forse.
Anni dopo, al liceo scientifico, anche io dovetti passare per le forche caudine della Divina Commedia. L’interesse era grandemente scemato, erano i manga ad attirarmi all’epoca, il Giappone, la letteratura fantasy, il metal, la patata. Inferno, Purgatorio e Paradiso avevano il loro fascino, ma il linguaggio di Dante era così astruso, e i riferimenti così oscuri.
A quarant’anni suonati (da un bel po’) ho finalmente compreso quanto controproducente sia obbligare gli adolescenti italiani a studiare questa opera geniale: la Divina Commedia può essere realmente compresa solo molto più tardi. La Divina Commedia è il viaggio di un uomo in crisi di mezza età, un uomo alla ricerca del senso della propria vita, un uomo in difficoltà dopo una esistenza comunque agiata e di buon successo. Un uomo pieno di domande, privo della bussola, perso nella selva oscura. Cosa ne può sapere un quindicenne di tutto ciò? Nulla, il quindicenne deve ancora costruire la vita di cui poi dubitare.
Dante trova le sue risposte, e sono risposte necessariamente legate alla sua esperienza e alla società e al tempo in cui vive, diverse per ognuno. Tuttavia le domande che si pone sono sempre attuali e risuonano in chi ha una certa età.
Inferno

L’Inferno è senza dubbio la cantica più nota: di certo è la più vivida, e anche la più “avventurosa” se vogliamo. Episodi come lo scontro coi diavoli ai cancelli di Dite, la discesa in groppa a Gerione, la fuga da Malacoda e dai suoi sgherri, sono tutte parti molto movimentate e facili da leggere.
Ma l’Inferno oggi è “amato” anche perché adatto al nichilismo dei nostri tempi. La presenza diretta del divino è molto limitata e facile da ignorare, nonostante la sua importanza (vedasi appunto l’indispensabile intervento dell’angelo davanti a Dite).
Più semplice concentrarsi sulle pene, sugli orrori, sulle torture. Queste sono sempre cool. Film e videogiochi trovano terreno fertile in questo immaginario, storpiandolo e rendendolo digeribile alla nostra sensibilità moderna.

Del resto la gran parte delle punizioni sono in un certo modo condivisibili e legata alla ragione naturale, rappresentata da Virgilio. Non è strettamente necessario credere nel Dio Cristiano e nemmeno in un qualunque altro Dio per apprezzare questa parte dell’opera.
Purgatorio

Una volta “usciti a rivedere le stelle” però la situazione cambia. Il Purgatorio è accessibile tanto quanto l’Inferno a livello linguistico e di riferimenti, ma vuole dare un insegnamento molto diverso.
Il Purgatorio è un luogo di purificazione e speranza, le anime attendono pazienti di mondarsi dei loro peccati, pentite e grate a Dio di aver ricevuto questa opportunità.
Le anime sono umili, perlopiù prive della forte caratterizzazione e individualità dei dannati infernali. Non c’è nessun Farinata degli Uberti erto fiero nel suo bollente sepolcro, nessun Filippo Argenti.
Le parti movimentate sono abbastanza poche, i contrasti rari: la femmina balba, il terremoto annunciatore della salvezza di Stazio, il salto nel fuoco nella cornice dei lussuriosi, poco altro.
Progressivamente il lettore è chiamato a immedesimarsi nel pensiero di Dante, nella sua morale, pena un progressivo disinteressamento verso l’opera. Tuttavia, azzardo, non è ancora necessario accettare in blocco la morale Cristiana: Virgilio è ancora presente fin quasi alla fine, la ragione naturale o una spiritualità non Cristiana sono ancora sufficienti ad apprezzare l’opera quantomeno fino al Paradiso Terrestre. Ma la presenza delle virtù teologali, accanto a quelle cardinali, si fa sempre più evidente
Paradiso

Il Paradiso nei primi canti è una gran fatica. I primi due sono forse i più astrusi di tutta la Commedia, tanto è vero che stavo quasi per desistere: è tutto così? Impossibile andare avanti. Lo stesso Dante avverte il lettore di smettere se non se la sente.
Poi per fortuna arriva l’incontro con Piccarda e da quel momento la narrazione rientra in binari più semplici da percorrere.
In ogni caso la cantica è infarcita di trattazioni teologiche, alcune interessanti, altre un po’ fuori tempo massimo: la spiegazione delle “macchie lunari”, legata al concetto di pervasività del divino nel mondo materiale, lascia davvero il tempo che trova e fa un po’ cascare le braccia.
Approfondisco un attimo questo esempio perché l’ho trovato emblematico. Beatrice ci informa che le macchie lunari sono frutto della virtù divina che si estrinseca in Cielo e in Terra in maniera diversa tramite le potenze angeliche per ragioni di armonia, varietà e gerarchia cosmiche. Come oggi sappiamo, si tratta solo di grandi pianure basaltiche meglio note come “mari”.
A questo punto ho tentennato: perché continuare a leggere contorte trattazioni dalle conclusioni palesemente erronee? Dov’è il tuo Dio adesso Beatrice? Si rischia di sorridere ironicamente alle credenze degli studiosi medievali, di sogghignare dall’alto della superiorità dell’uomo moderno e di lasciar perdere la lettura.
Invece bisogna sospendere l’incredulità: a ben vedere non c’è nessun Lucifero incastrato al centro della Terra, e nessuna gigantesca montagna agli antipodi di Gerusalemme, dunque perché farsi problemi per la spiegazione delle macchie lunari? Prendiamone atto nella stessa maniera.
Tenere duro è stata la scelta giusta. Alcuni temi toccati nel Paradiso sono estremamente interessanti e persino moderni: è peccato rompere un voto se vi si è costretti con la forza? Le persone dall’animo buono, ma che non hanno mai conosciuto Cristo, possono arrivare in Paradiso? I beati dei Cieli inferiori invidiano quelli di Cieli superiori?
Inoltre, salendo di Cielo in Cielo, l’immaginazione di Dante si fa sempre più ardita. Dimenticate le stampe di Dorè, gli angioletti con le ali: i beati sono fiamme nelle quali è impossibile distinguere le fattezze, con la parziale eccezione di quelli del primo Cielo.
Dante li vede disporsi in una gigantesca croce di fuoco, in una aquila fiammeggiante, in un fiume luminoso, e per concludere nella maestosa rosa dei beati, preludio della visione di Dio che il poeta non può riportare a parole. Una immagine del divino ben lontana da quella, spesso svilita e sbeffeggiata, del simpatico vecchietto barbuto a cui siamo abituati. Ineffabile, aliena, geometrica.
Un viaggio vertiginoso. Qualunque cosa si fosse fumato Dante durante la scrittura di questa cantica, doveva essere di ottima qualità.
Per concludere
Mi sono dilungato sul Paradiso, me ne rendo conto, ma è una parte spesso trascurata e bistrattata. Le descrizioni mi hanno catturato e nonostante la difficoltà, o forse proprio grazie a questa, alla fine mi ha appagato ben più dell’Inferno (lasciamo da parte il Purgatorio, crepuscolare regno di riflessione).
In conclusione opera geniale, ma dovevo essere io a dirvelo? Non credo.
Senza dubbio la rileggerò. Se avete un po’ di pazienza, leggetela anche voi.




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